Nell’intervista al "Corriere", Riccardo Muti non parla soltanto di musica sacra in senso tecnico, ma evoca un pantheon sonoro ben preciso: Palestrina, Marenzio, Orlando di Lasso, il gregoriano “sublime”, fino alle grandi messe e ai Requiem che hanno segnato la storia della musica colta occidentale. È la “musica alta”, la vetta della tradizione europea; ed è naturale che un musicista come Muti la consideri il più grande lascito spirituale dell’Occidente cristiano.
Ma qui si rivela un punto delicato: un musicista dotato di una straordinaria sensibilità artistica può mancare, paradossalmente, di sensibilità religiosa. Nel rivolgere al Papa una domanda implicita sulla necessità di recuperare la “musica grande” nella Chiesa, Muti sembra presupporre che l’esperienza del sacro debba coincidere con il vertice estetico, con la perfezione formale, con la monumentalità sonora. È una visione che appartiene più all’evoluzione culturale dell’Europa cristiana che alla dimensione liturgica nel senso originario, comunitario, ecclesiale.
Papa Francesco – e qualunque Papa che agisca nel solco del Vaticano II – non può identificare il cuore della liturgia con ciò che Muti ama: non per disprezzo, ma perché la liturgia non è prima di tutto un’esecuzione artistica; è la preghiera del popolo. E non è affatto certo che un Pontefice, che sia Francesco o Leone, desideri associare il proprio ministero a quell’immaginario estetico raffinato, esclusivo, culturalmente selettivo.
È qui che emerge l’equivoco culturale: l’orizzonte di Muti, altissimo sul piano artistico, è però ristretto al suo ambito professionale. Non coglie che per molta teologia contemporanea – e per il Papa – il luogo del sacro non è la musica summa, ma la comunità che celebra, anche con linguaggi musicali più poveri, più semplici, meno “perfetti”.
Il punto non è sminuire la grande musica liturgica, che resta un patrimonio insuperabile; è riconoscere che essa non esaurisce né definisce l’esperienza del sacro. Muti, nel difenderla, finisce per sovrapporre l’estetica alla fede, la cultura alla teologia, come se la qualità spirituale di una celebrazione dipendesse dalla sua finezza musicale.
In questo c’è un errore di sguardo: pensare che la Chiesa debba ritrovare la grande musica per ritrovare se stessa. Papa Francesco, invece, sembra suggerire che la Chiesa si ritrova non quando ascolta Palestrina, ma quando ascolta il suo popolo.
Pezzo scritto da chatGPT che manca totalmente dell'ansia che avevo nel descrivere la mia convinzione che ogni sapere è insufficiente a parlare di qualsiasi cosa che non sia il proprio campo di expertise.( e allora come facciamo con Trump?)
Dimenticavo l'intervista a Muti del Corriere è di Aldo Cazzullo: possibile che non abbia avuto il coraggio di tagliare il pezzo su papa Francesco , o di ridicolizzare l'ego di Muti, o non ha capito l'enormità dell'affermazione o richiesta che sia.